Il Bricco - B&B Carrù - Cuneo
Carrù Stanza da Pranzo


Il Bricco di Carrù, dimora di campagna di fine 700 a Carrù, in provincia di Cuneo, ristrutturata recentemente con cura, Vi apre le sue porte…

Lasciatevi sedurre dallo charme, dal carattere, dall’autenticità e dai particolari della casa che rispecchiano la personalità dei suoi proprietari. Per rallegrare il Vostro soggiorno essi Vi suggeriranno i luoghi da non perdere e le cose più belle e più allettanti da scoprire e comprare prima della Vostra partenza.

Un giardino fiorito, un portico pittoresco, interni di intatto respiro settecentesco Vi accoglieranno al ritorno da itinerari enogastronomici e culturali in questo angolo privilegiato di Piemonte…

 

Per soggiorni prolungati di gruppi o famiglie può essere a disposizione tutta la casa (15 persone) o un appartamento al 2° piano di 70 mq (7 persone), composto da soggiorno con angolo cottura, 2 camere, 2 bagni e un grande terrazzo panoramico con un’apertura meravigliosa sulle Langhe e sull’arco alpino, oppure un appartamento al piano terra e primo piano di 140 mq. (8 persone) costituito da porticato e giardino, ingresso, grande cucina,sala, 2 camere 2 bagni.

A disposizione degli Ospiti connessione internet wireless compresa.

 

HANNO DETTO DI NOI:

”Qui nelle Langhe è tutto bello e buono, ma una cosa ci ha stupiti particolarmente: le mattine in questa casa sono state qualcosa di “strano” e “speciale”!. Grazie al Bricco per averci dato l’opportunità di sperimentarlo e la gradevole ospitalità (compresi gli infusi serali!!!). Un affettuoso arrivederci da Federica e Daniele-Genova"

…la casa l’ha voluta chiamare Il Bricco, dalla località ove sorge – in piemontese Bric – equivalente, secondo lo Zingarelli, a “erta scoscesa, cima aguzza di collina”. Solo che qui di “scosceso”, e tanto meno di ”aguzzo”, non c’è un bel nulla: trattandosi di una semplice increspatura del terreno, un rialzo di poche decine di metri rispetto al livello della pianura carruccese. Ma tanto basta perché, giunti quassù, lo sguardo si inebrii d’un panorama che s’apre – sorpresa! – quasi a 360 gradi: da un oriente e un meridione opulenti di colli e vigne a un occidente e un nord dove, sulle chiome dei noccioli, si staglia nei giorni nitidi la chiostra cilestrina delle Alpi…

Da “Le terre della bellezza e dell’oblio-Viaggio in Piemonte”
di Pier Luigi Berbotto

 

HANNO DETTO DELLE LANGHE:

Langhe - Un autunno tutto d’oro

C’è una terra, dolcemente increspata di colli e rigogliosa di castelli, dove il tripudio dei sensi sembra farsi tutt’uno con le più sottili suggestioni della natura. Una terra che ha i colori ora vividi ora estenuati di certe tele impressioniste, e la poesia aspra ma intensissima che illumina le pagine di Beppe Fenoglio e di Cesare Pavese. Questa terra, situata in quel lembo meridionale di Piemonte che già s’intride degli umori liguri, ha nome Langhe.
E c’è un momento, per queste Langhe baciate da Dio, dove tutti i connotati d’eccellenza trovano il massimo grado di esaltazione: vale a dire l’autunno, quando le vigne hanno ormai elargito i loro preziosi doni e gli spogli filari si rivestono di un’ambra e un oro appena velati dalle prime brume, e sui borghi aleggia pungente l’afrore del mosto frammisto ad altre incomparabili esalazioni. Come il profumo della natura, sprigionato da piogge provvide e fecondatrici. O come quell’effluvio fatto di terra e cibo insieme che proprio tra questi boschi ha origine e alimento.E’ il profumo del tartufo.


Delizie e splendori alla corte del re Tartufo

Ed è subito profumo. Un aroma netto, sciabolante, icastico. Nulla a spartire con quell’onda soffice come velluto che può venire da un cespuglio di rose in fiore, e dischiudere, con la sua fragranza, le porte del paradiso. Qui, piuttosto, è il messaggio di un Eden che alle lusinghe celesti sembra avere sostituito i piaceri della nostra terra. Come un afrore di bosco, di zolle appena sfiorate dalla pioggia. O di umori e fermenti che aprono a più umane, ma non per questo meno appetibili, gioie.
Parliamo, è chiaro, del tartufo. Delle sue virtù che, attraverso i sensi, vanno a toccare le più riposte midolla dell’essere. E della magia che se ne irradia, astratta, per sua stessa natura, da qualsiasi aspetto materiale. Poiché non è sulla forma, sia essa scabra o levigata, schiacciata o tondeggiante, né sulle tonalità terragne, e ancor meno sulla carnosa consistenza, che sembrano far leva i suoi poteri, ma sull’aerea capacità di sprigionare estasi olfattive, fino a veri e propri cortocircuiti emotivi e sensoriali.
Difficile, dunque, pensare al tartufo in termini concreti, associandolo a qualche dato di fatto che non sia un flusso di beatitudine gastronomica, o qualche voluttuosa inspirazione? Forse. Ma non impossibile. Se è vero che per molti, oggi, vale il riferimento a una ben precisa realtà ambientale, con un suo specifico taglio antropologico, una sua connotazione cromatica, un paesaggio chiaramente identificabile. Ed è la realtà delle Langhe, regno incontrastato del Tuber magnatum, l’impareggiabile “tartufo bianco”. È l’antropologia delle stirpi di trifolao o cercatori di tartufi che in terra di Langa, al pari del preziosissimo tubero, prosperano. E il colore fulvo-rosato delle torri e delle magioni tardomedievali di Alba. E quel “paesaggio dell’anima” che su Alba stessa pare modellarsi: fatto della ridente festosità di via Vittorio Emanuele, ma anche dei portici di piazza Risorgimento illuminati dalla maestà quattrocentesca di San Lorenzo, come di quelli di piazza Savona che la suggellano a meridione. E, ancora, del gran dedalo centrale di vie e viuzze: dove, quand’è stagione, l’odor di tartufo sembra incanalarsi e seguire certe sue segretissime piste, tanto da trasformarci tutti in altrettanti smaniosi segugi lanciati sulle orme del più ambito dei tesori. Alba e il tartufo. Un binomio divenuto proverbiale…


Langhe d’inverno-Musica sotto la neve

Trascorso l’autunno, dissolta la gran festa di sensi ed emozioni, già è il dominio delle nebbie sonnolente, del grigiore che sa di disincanto. Novembre, dicembre, gennaio: si direbbero i mesi diafani dell’appannamento. E invece, per le Langhe, è nuova occasione di fascino, rilancio, intenso quanto inatteso, dei loro più consolidati valori.
Provare a venirci, in Langa, di pieno inverno. Risalire la collina fino al suo punto più alto. Quindi percorrere con gli occhi l’ondulata distesa fino al profilo scandito delle Alpi, alla maestà del Monviso. E resistere all’inevitabile smarrimento, di fronte al paesaggio inedito che ci assale. Dove all’antica sontuosità di tinte e dettagli è subentrata come una patina di uniformità diffusa, un tocco ovattato e smussante… Oppure addentrarsi in uno dei tanti, rinomati paesi o borghi: Barolo o Barbaresco; La Morra, o Rodello, o Montelupo… E poi cedere al tepore e alle luci di qualche appagante trattoria. Anche qui un diverso respiro, un allentarsi di ritmi che non è torpore opaco ma energia allo stato latente, crogiolo di sempre vive e intatte seduzioni.
Sarà forse la neve, sarà l’idea di un calore di vita e d’affetti che ferve sotto la scorza di candore boreale. O sarà la rarefazione degli stimoli ad incidere sull’immaginario, e ad acuire la sensibilità percettiva. Un po’ quel che accade nelle grandi orchestre: dove l’affievolirsi dei suoni produce, di regola, una più accesa disponibilità emotiva in chi ascolta. E qui, proprio d’inverno, la musica di Langa sa bene come giungere al cuore.

Da “Le terre della bellezza e dell’oblio-Viaggio in Piemonte” di Pier Luigi Berbotto - Ed. L’ambaradan-TORINO
 

Langhe-Una bellezza da vivere (e da gustare)

Scenario privilegiato per pittori e fotografi, summa di fascinazioni per scrittori e poeti, più ancora che di entità geografica spirito, comunque, non alieno alle lusinghe della materia, dato che il loro territorio è via via assurto ai vertici del richiamo turistico e a emblema del bon vivre.
Basterebbe, di sicuro, la qualità del paesaggio - compreso grosso modo tra Tanaro, Belbo, Bormida e le estreme propaggini dell'Appennino Ligure - a giustificarne il grado di eccellenza. Basterebbero le sue colline floride di vigne, i suoi pittoreschi villaggi, i suoi manieri, le sue pievi incastonate tra le geometrie dei filari, a sancirne la memorabilità. Eppure, se non ci fossero quei vini da favola, quel sublime "tartufo bianco", e, di conseguenza, quella cucina attecchita alla sua ombra odorosa che già lo scrittore e gastronomo Mario Soldati definiva "la migliore del mondo", e quella fioritura di alberghi, agriturismi e case d'atmosfera per accogliere legioni di appassionati, certo le Langhe non sarebbero più Langhe, ma qualcosa di diverso.
Qualcosa come un monile che si ammira in vetrina senza poterlo toccare. O come un quadro di museo: bello, prezioso, ma inattingibile. E invece, per nostra fortuna, le virtù di Langa spaziano dallo splendore astratto dell'idea alla concreta e generosa disponibilità dei propri tesori. Una bellezza, insomma, da vivere. E, soprattutto, da assaporare.



          

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